FrancisJamesLowe Newbie


Iscritto: 19 September 2005
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| Inserito: 20 September 2005 a 11:51am | IP collegato
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Nacqui nell'inverno del 1669 a Plymouth, nella contea del Devon. Per mio padre, Sir James Christian Lowe, anziano ed importante Ammiraglio della Royal Navy, nonchè Cavaliere dell'Ordine del Bagno, la mia nascita non fu certo una benedizione. Mia madre, Margareth, che era ancora nel fiore degli anni, morì di parto, e il mio gemello la seguì nel "Regno dei più" nel giro di poche ore. Il mio attempato genitore dovette pensare che era sopravvissuto il figlio sbagliato: già perché io ero femmina. Mio padre, invece, desiderava ardentemente un secondo figlio maschio che continuasse a mantenere alto il nome dei Lowe nella Marina Militare. Egli, infatti, aveva già un figlio, Maximilian August, nato da un precedente matrimonio, che però, a causa di una grave malattia avuta all’età di quattro anni, presentava seri problemi alle gambe ed era inadatto ad intraprendere la carriera militare. Essendo il primogenito, Maximilian era, comunque, destinato ad occuparsi dei beni di famiglia, che un giorno, alla morte di nostro padre, avrebbe ereditato assieme al titolo di baronetto. Da uomo arrogante e superbo qual'era, sir James Christian Lowe ebbe la presunzione di correggere quello che, secondo lui, era stato un errore o una beffa del Fato. Temendo che non avrebbe più avuto altri figli, considerata la sua età avanzata, egli decise che sarei stata io il figlio cadetto tanto desiderato e negatogli dal Destino. Nessuno riuscì ad opporsi a questa sua idea malsana. Mi diede così un nome maschile, battezzandomi Francis James, nome destinato in realtà al mio defunto gemello, e volle che fossi educata e cresciuta come un ragazzo. Mi circondò inoltre, fin dalla più tenera infanzia, di cannocchiali, bussole, sestanti e modellini di navi. Quei balocchi inusuali dovevano servire a farmi prendere confidenza e familiarità con quel mondo in cui voleva a tutti i costi inserirmi. Quando compii 12 anni, mio padre ritenne arrivato il momento opportuno per farmi entrare in Marina e, usando tutta la sua influenza, riuscì a farmi imbarcare come Midshipman (Guardiamarina o Allievo Ufficiale qual dir si voglia) su un vascello di terzo rango da 74 cannoni: il "Northern Star". Il Capitano e il medico di bordo del "Northern Star" dovevano molti favori a mio padre, quindi accettarono di buon grado la mia presenza sulla nave e si impegnarono a mantenere il segreto sulla mia vera identità. I sei anni passati come Allievo Ufficiale, furono forse i più brutti della mia vita. L'impatto con la nuova realtà e il nuovo ambiente, dove la disciplina era impartita anche a suon di sberle e punizioni corporali, fu durissimo. Ben presto, tuttavia, scoprii di amare il mare e le navi e questo mi aiutò a tollerare un genere di vita che mi era stato imposto. L’imbarco sul “Northern Star” per me ebbe anche altri risvolti: ero passata dal dorato isolamento nella villa di famiglia al sovraffollato e variegato microcosmo delle navi; questo mi permise di mettermi a confronto con altre persone. Fu allora che capii per la prima volta che non ero uguale agli uomini, anche se, tuttavia, mi sentivo estremamente differente dalle donne. A 18 anni sostenni l'esame per diventare "Tenente di Vascello" e lo superai con il massimo dei voti. Con questo grado prestai servizio su diverse navi. Nel 1692 ebbi la promozione al grado di "Master and Commander" (ossia, come dite voialtri, Capitano di Corvetta) e mi venne affidato un brigantino: il "Balthazar". Ricevetti gli ordini di partire con la squadra sotto il comando del Commodoro Richard Perkins. Destinazione: le Indie Occidentali. Parti felice, anzi ero entusiasta del mio primo comando. Quando salpai dall'Inghilterra ignoravo che nel Mar dei Caraibi avrei avuto un importante appuntamento con la Sorte, destinato a cambiare radicalmente la mia vita . Durante un servizio di perlustrazione, il "Balthazar" si imbatté in un fortunale. Il mare e il vento erano difficili da domare, anzi fu il mio povero brigantino a trovarsi in balia degli elementi. Ero nella mia cabina, a redigere un rapporto da consegnare al Commodoro, quando successe l'evento infausto. Il "Balthazar" era andato ad urtare contro una scogliera semisommersa, non segnata sulle nostre carte. Dopo la collisione mi precipitai subito in coperta per rendermi conto dell'accaduto e non volli a credere alle parole riferitemi dal carpentiere di bordo: la nave aveva i minuti contati. Presi tra le mie stesse mani la ruota del timone e ordinai a tutti i miei marinai di fare l'impossibile per turare la falla e comandai loro di darsi da fare alle pompe di sentina per svuotare la nave dall'acqua in eccesso. Fu tutto inutile. Ogni tentativo fatto per cercare di salvare la nave andò a vuoto. Il mio brigantino continuava ad imbarcare acqua. Alcuni degli uomini, presi dal terrore, si calarono in mare coi battelli di servizio, altri, più coraggiosi, o forse più rassegnati, rimasero con me sul ponte di coperta ad attendere la fine. Il "Balthazar", ferito a morte, si inabissò nel giro di pochi minuti, che a me sembrarono eterni. Ricordo ancora l'ansia che mi soffocava il petto e la collera che mi divorava dentro. La rassegnazione si alternava alla disperazione più nera. Il ponte si inclinò fortemente sotto i miei piedi, tanto da farmi perdere l'equilibrio. Scivolai e caddi in mare. L'acqua si richiuse sulla mia testa. Non so neanche io come riuscii a salvarmi. So solo che ad un tratto realizzai, con mia stessa sorpresa, di essere ancora in vita. Mi stavo aggrappando, con tutte le mie forze, ad una botte vuota, che galleggiava sulla superficie ondosa del mare. L'istinto di sopravvivenza fu più forte di tutto. Per poter rimanere a galla mi liberai del mantello e della mia sciabola da ufficiale, che fungevano da zavorra. Non so per quanto tempo rimasi in mare. Ero in uno stato di torpore, paragonabile a quello del dormiveglia e avevo perso qualsiasi cognizione spazio-temporale. Forse persi conoscenza. Mi risvegliai su una spiaggia ancora aggrappata alla botte. Tutto quello che mi rimaneva del mio passato era una divisa da ufficiale bagnata e sporca di sabbia. Cercai a lungo altri superstiti al naufragio, ma invano. Avrei dovuto raggiungere le postazioni inglesi più vicine, fare rapporto circa il naufragio e subire un processo per la perdita della nave, affidatami da Sua Maestà il Re di Inghilterra. L’idea che mi si potesse accusare, ingiustamente, responsabile del naufragio non mi allettava affatto. Se la giuria avesse espresso un verdetto di colpevolezza, avrei subito un grave smacco. Preferii che in Patria si credesse alla mia morte, anche se questo voleva dire disertare. Non fu una scelta facile. La mia diserzione pesa ancora come un macigno sulla mia coscienza, ma in fondo per quanto ancora avrei potuto portare avanti la messa in scena che mio padre mi aveva imposto di recitare? Per quanto tempo ancora avrei potuto continuare a spacciarmi per un uomo all'interno della Royal Navy? Rimasi così sull’isola di Tortuga, dove mi imbattei nei bucanieri. Decisi di unirmi alla loro ciurma: danneggiare i commerci spagnoli assieme a loro era per me un modo di continuare a servire la mia amata Inghilterra. In fondo, in quel periodo, vi era una sorta di tacito accordo tra il governatore inglese della Giamaica e i bucanieri. Da allora di tempo ne è passato. Nel frattempo, ne sono cosciente, la situazione può essere cambiata e potrei trovarmi a dover combattere contro navi inglesi. Ho riflettuto a lungo e tormentosamente su questa questione. Pur non rinnegando il mio passato e pur serbando nel cuore il ricordo dell’Inghilterra e del Devonshire, decisi di schierami dalla parte dei bucanieri. Rimasi con lro per molto tempo, fino a quando, un giorno, presila decisione ditornare in Madre Patria, imbarcandomi su un mercantile... Presto o tardi però, tornerò a muovere i miei passi per l'Isola di San Josè
In fede Francis James Lowe
Modificata da FrancisJamesLowe il 24 September 2005 a 8:13am
__________________ PROUD TO BE BUCCANEER
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