Se un giorno qualcuno avesse voglia di leggersi due storie o volesse sapere qualcosa di più su qualche Pg in particolare
io metto il mio
Storia di una zingarella...
Blair Kirk: di certo non è il mio nome originale o meglio..non lo è il mio cognome. Chi lo conosce il mio vero cognome? Credo neppure mia madre..mia madre..… una zingara Gitana di nome mutevole a seconda dell’ambiente in cui si trovava(di cui io presi gran parte di fisionomia e la cultura, la lingua..a cui sono legata per credenza ) e capitata in Inghilterra per amore di un marinaio inglese che, dopo averla lasciata incinta, era ripartito per il mare senza più tornare. Di certo comunque per lei questo non era stato un grave trauma poichè fece presto a darmi altri tre fratelli minori e tutti con padri diversi. Se solo si fosse fatta pagare avrei passato i miei primi sette anni di vita meno sulla strada e a rubare. Ma forse sarei stata meno in gamba nel vivere negli anni successivi..chissà..non me ne faccio di sicuro grande problema. Nacqui in una notte invernale del 1669 in una piccola ed umida stanza dell’ostello sul molo di Londra. Il vecchio proprietario dalla gamba di legno, era stato clemente nell’ospitare la donna dolorante per le doglie che le si era presentata di fronte quella sera e come ricordo di tale evento, io mi ritrovai il cognome dell’uomo come nome proprio. Crebbi appunto come una zingara ti può far crescere: per la strada arrangiandomi nel rubare il cibo e truffare quelle povere dame che in me vedevano una piccola ed indifesa zingarella affamata e che, nel gesto di darmi due monete, si accorgevano che io gli avevo già rubato il borsello dei denari e stavo già scappando nei vicoli delle città che cambiavamo di continuo. Quando però, nel luglio del 1676, decisi di staccare le mani dalla gonna di mia madre intenta a prevedere il futuro sulla mano di una povera dama sventurata, di certo non immaginavo di perdermi nel grosso porto di Porthmouth e, ancor meno, immaginavo di prendere il mare. Talmente curiosa di cosa vi fosse all’interno di quei grossi velieri che erano attraccati sul molo, decisi di salire su uno di essi. Facile per me, piccola, vispa ed abituata a non farmi notare, arrivare nella stiva della “Dolly” per rubare qualche mela. Ma dopo una mela ne venne un’altra e giunse anche il momento della pennichella. Quando fui sveglia, La “Dolly” era circondata dalle acque aperte dell’oceano. Ma non fu di certo solo questa la cosa che mi capitò. Riuscii a cavarmela bene nascondendomi per quasi tutto il viaggio nella stiva della nave senza esser scoperta, ma quando la “Dolly venne attaccata dalla “Diamond”, nave del capitano Stuart Kirk nelle acque caraibiche, le cose per me sembrarono complicarsi anche se poi i risultati furono diversi da quelli che mi aspettavo. La ciurma di dannati non toccava bottino da molto e ci misero poco tempo a mettere a soqquadro la stiva della nave per cercare tutto quello che poteva venir loro utile. Io venni trovata dal capitano in persona che, tirandomi sino al ponte centrale della nave, mi prese come giocattolo o come piccolo trofeo ridendo del fatto che “quegli stolti commercianti non si fossero accorti per mesi di un topo cresciuto più del dovuto”. Non so per quale preciso motivo Kirk mi prese con lui. Forse per il fatto che egli era già anziano e malconcio con quell’occhio strabico o, forse, per il fatto che in quell’uomo vi era un poco ancora di cuore. Fattostà che mi ritrovai sulla “diamond” ma questo non mi faceva di certo una passeggera ed iniziai a fare il mozzetto di tutti per molti anni senza neppur partecipare alle gozzoviglie della ciurma. Passati gli anni e raggiunta l’età in cui una giovane inizia ad aver fatica nel far vita con una ciurma di manigoldi senza donne, la mia permanenza a bordo divenne quasi insostenibile senza la protezione del mio padre adottivo e, quando una tempesta distrusse l’albero di maestra della nave abattendosi su di lui, la mia unica alternativa fu quella di fuggire dall’imbarcazione nella notte seppur a malincuore ed ancora molto giovane. A 15 anni mi ritrovai sola in mezzo al mare con le nozioni di nautica che mio padre mi aveva donato durante gli anni. Prima di fuggire sapevo di non esser distante dalle coste di Puerto Rico e verso di esse mi avventurai con una scialuppa ed una sola misera vela. Credo che solo Nettuno sappia come io feci ad arrivare sino dove mi ero prefissata. Stanca, disidratata e mal concia, mi ritrovai a Puerto Rico dove passai ben sette anni per le strade di San Juan e delle cittadine lì vicine. Fu proprio lì che incontrai le mie sventure più grosse e la mia seconda ciurma che mi portò nuovamente a girar per mare. Lì potei finalmente apprendere quello che mi mancava e diventare anche il Capitano in certi casi. Con il passar del tempo la ragazzina divenne una donna ed imparai a farmi rispettare in mare e a terra senza però evitare spiacevoli inconvenienti di percorso dei quali presto trovai vendetta...ed un trofeo che è il mio cappotto. A Puerto Rico trovai la galera e l’impiccagione rischiata una sola volta (per ora e per fortuna) e di nuovo il mare sino all’abbandono nuovamente in mare dopo un ammutinamento da colui che credevo ben fidato. Ed eccomi qui…sbarcata sulle coste Dominicane nuovamente con una piccola scialuppa..nuovamente con una sola vela… Il resto è storia recente....storie che si intrecciano e poi si sciolgono..a volte come meglio si convengono sul momento..altre per volere del fato
__________________ Blair El capitan della barcarola Bucaniera
Non vi è molto da raccontare in riguardo al mio passato cara gente. Io, appartenente ad uno dei Clan più vecchi d'Irlanda, crebbi e nacqui in uno sperduto villaggio dell'Irlanda sud orientale, precisamente nel villaggio di Waterford; il mio villaggio non era altro che quattro casupole messe in croce, dove vi erano alcune botteghe e pochi altri svaghi.
Mio padre, Connorh Tenebra, possedeva la fucina del villaggio e da quanto ne so io, non ha mai smesso di lavorare il ferro..fin dalla tenera età, fui abituato a vivere in maniera piuttosto grezza e quasi priva di tutta quella civiltà che si sentiva narrare dai viaggiatori provenienti dall'Inghilterra..da mangiare ce n'era ben poco e soldi..ne vedevamo ben pochi anche di quelli. Col passare del tempo, mi feci le ossa nella bottega di mio padre, che vide il mio corpo crescere, secondo lui, a dismisura e sviluppare unamuscolatura molto.."incoraggiante"..
Dopo alcuni anni, all'età di 21 per la precisione, decisi di intraprendere un viaggio con i miei amici del villaggio, perchè volevo vedere cosa ci fosse al di là del territorio del mio umile villaggio..e quello che scoprì non fu certo un bello spettacolo: morte, devastazione, odio e rabbia incomprensibile..questo era lo scenario che si poteva ammirare nella vecchia città di Belfast, dilaniata dalla guerra contro gli Inglesi.
Successe che così, io e i miei amici, decidemmo su due piedi di arruolarci nell'Esercito di Liberazione d'Irlanda, che aveva sede proprio in quel di Belfast e così iniziare una nuova vita che ben presto ci portò a conocere e ad apprendere, quanto possono essere crudeli gli uomini; infatti, dopo lacuni mesi che ci battevamo come forsennati contro gli Invasori, fummo vittime di un'agguato delle forse armate inglesi e fummo deportati in massa verso le nuove colonie dei mari tropicali, pronti per essere internati in chissà quali luoghi e lasciati abrustolire al sole come carne essiccata.
Ma a volte il fato è benigno con chi lo sa ascoltare e e comprendere, cosicchè una notte, una tempesta incredibile di abbattè sull'imbarcazione chiamata Queen Elizabeth II, e la mandò a far compagnia ia pesci..solamente che..anche noi fummo mandati a far compagnia ai pesci assieme ai corpi dei maledetti inglesi..e non si seppe mai se fosse stata buona sorte o cattivo auspicio..
Naufrago e sperduto, solo e acciaccato, raggiunsi quindi un'isola del Mar dei Caraibi..e là decisi di ricomincare a vivere in un posto che mi ricordi vagamente casa mia..la mia Irlanda, martoriata dall'odio anglosassone, ormai tomba dei suoi Figli..così decisi di fare della Morte il mio mestiere e la Piana degli Esuli la mia casa..
Chiedo scusa per eventuali errori, Orrori eccetera, ma l'ora è quella che è, abbiate pazienza
Silvia Lucita Ginebra Marisquez. Questo, il mio nome completo. Pare
il nome di una Nobil Donna, una Gran Signora nata fra gli agi e le
comodità della Granada del 1672. Oh, fosse stato davvero così,
probabilmente sarei ancora a respirare l' aria calda dell' Andalucia.
Mio padre -brav'uomo, pace all'anima sua- mi diceva sempre che Silvia
era il nome che aveva scelto per me, Lucita era quello della mia mamma
e Ginebra quello della mia nonna paterna. Non mi disse mai chi era mia
madre, com'è morta e se è morta, e se è fuggita perchè mai l'ha fatto.
Quindici anni passati con lui, e mai un accenno, una parola, una sola
sillaba riguardo a lei. Certo, diceva che le somigliavo molto, per
questa mia carnagione chiara, per la forma del mio viso, per la
corporatura assai minuta, ma non mi disse mai altro. Mai. Non stavamo
bene, di certo non eravamo ricchi, ma mio padre riuscì comunque a farmi
passare l'infanzia senza morire di fame, e con un balocco di tanto in
tanto. Avevamo si una casa, quella della nonna Ginebra, ma, da quando
ho memoria, almeno, ricordo che mio padre stava a servizio in una
grande casa signorile, e lì con lui vivevo io, in una modesta
stanzetta. Ricordo che le due figlie del Signore, Inocencia e Hermosa,
ricevevano sempre tanti vestiti nuovi, e, quando andavano incontro a
loro padre, nel giardino dove io passavo le giornate, per prendere
quelle scatole, mi guardavano giocare con le mie bambole di pezza, e
ridevano. Io le osservavo, forse le invidiavo un poco, ma non potevo
parlare con loro. Crebbi dunque fra la gente ricca, anche se io non
facevo parte di loro, e all'età di dodici anni fui messa a servizio a
mia volta, come domestica; forse fu da quel momento in poi che iniziai
a capire come veramente andavano le cose, fra quella gente.
Probabilmente furono quegli anni a forgiare questo carattere così
chiuso e questa fragilità che detesto. Tenere sempre lo sguardo basso,
sapere sempre cosa fare, badare alla stanza e al bucato della signora,
mai una parola, mai una frase, mai. Solo un "Si, Señor", o un "Si,
Señora" di tanto in tanto: sapevo che se mai avessi detto
qualcos'altro, magari a loro sgradito, non ci avrebbero messo molto a
darmi la mia 'maleta' e mettermi fuori la porta col mio destino in
mano. Le case che cambiai furono tante, perchè veniva sempre un
momento, un giorno, un'ora, in cui -non volendo- facevo qualcosa di
sbagliato, anche se non me ne rendevo conto, e quindi dovevo andar via.
L'ultima casa in cui lavorai, però, era quella di un Signore senza
moglie, nè figli, un uomo importante credo, sempre immerso fra le carte
del suo studio, a scrivere cose strampalate - so leggere e
scrivere perchè me lo ha insegnato lui; nonna Ginebra non sapeva farlo,
e, tantomeno, mio padre- e ai miei occhi senza senso. Eravamo pochi
domestici, mi ricordo, ma gli altri non parlavano mai con me. DI me
sempre, quello si, mi detestavano. Talvolta li sentivo sussurrare,
dicevano che il padrone aveva un occhio di riguardo per me, e i
commenti maligni all'ora di pranzo o all'ora di cena non mancavano mai.
Io mi limitavo a tenere lo sguardo basso e a non rispondere mai. Sapevo
che potevo prendere botte, altrimenti. Arrivai in quella casa all' età
di diciassette anni, due anni dopo della morte di mio padre, e rimasi
lì fino all'età di Ventuno anni, ma non so se quella fu la mia
salvezza, o la mia rovina.
Cercavo di non badare agli altri, io sapevo che non avevano ragione. Il
padrone era buono con me, nel mio pomeriggio libero mi portava nella
biblioteca e mi faceva scegliere un libro, da leggere. Forse era
soprattutto questo che gli altri non accettavano, il fatto che, se
avesse potuto, il padrone mi avrebbe tenuto con sé come una figlia.
E fu una sera che quei maledetti colsero la palla al balzo. Aspettavamo
gente, per cena, gente importante credo, non so chi. Ma poco prima di
riceverli, il padrone mi chiamò nel suo studio. Mi fece sedere al suo
scrittoio, era serio. "Escribes." mi disse, ed io obbedii; Presi la
penna in mano e iniziai a scrivere tutto ciò che lui mi dettava, senza
fare domande.
"No, non così .." mi disse poi. Io mi fermai, lui venne dietro di me e
si chinò, prendendo la mia mano nella sua, per correggere l'errore.
Caso volle che gli ospiti arrivarono proprio in quel momento, e,
ovviamente, quella malefica li indirizzò verso lo studio. Il padrone si
scansò subito da me, quando entrarono quei tre signori. Provava
imbarazzo, si vedeva, ma io non sapevo perchè, io chinai il capo,
alzandomi, rispettosa come mi avevano insegnato. Proprio lui mi disse
poco dopo di andare nella mia stanzetta, e la cena ci fu, ma non volle
farmi servire le pietanze, non volle neanche farmi avvicinare alla sala
da pranzo. E gli altri parlarono, con lui, e con i signori importanti,
l'ho capito io; due giorni dopo, infatti, il padrone mi disse che
dovevo andar via. Mi accompagnò lui stesso, da Granada fino ad una
cittadina vicino Màlaga. E mi lasciò solo quando ci imbarcammo su un
mercantile ed arrivammo fino a quest'isoletta.
"Suerte, mi Silvia." furono le ultime parole sue. Ed io ancora una volta non risposi.
E accadde tanto altro ancora, tante persone ho incrociato per la mia via, e tante ancora ne inconterò. Ma questa ..
..è un'altra storia.
.. per chi ha avuto la pazienza di leggere, un bacio in omaggio
Piccolo commento spassionato..mazza quanto siamo bravi a scrivere i nostri BG...complimenti a Blair e a Silvia..e anche a me dai..ù_ù...essendo gli unici che lo hannos scritto..-_-
a me pesa il culo di scriverlo...è la vera e cruda verità..so che ci metterei cinque minuti ad inventarmi una qualsiasi fregnaccia da mettermi come vita...e visto che non me ne frega una ceppa del passato del pg potrei anche farlo...ma veramente 'sto culo è un macigno...non mi va proprio...complimenti a quelli che, al contrario di me, si APPLICANO e hanno scritto i loro BG....vedo che sono lunghi, ve la prendete se vi dico che non li ho letti ma penso che siano dei Bg carini?
Sai che ti dico io invece?..che a me non frega una cippa di sapere che non te ne frega una cippa...questo è uno spazio per i BG di chi ha voglia di scrivere o leggere..
non ti ha obbligato nessuno quindi per favore..evita di scrivere e spammare in un posto dove puoi evitare =.=''
__________________ Blair El capitan della barcarola Bucaniera
Storia di un ubriacone cannaiolo completamente fumato u.u
Buondì egregi signori e signore. Mi chiamo Juan Estebarria e sono stato incaricato di narrarvi di un certo Stiller, un Olandese. Circa vent’anni or sono una sgualdrina dal corpo longilineo e assai squisito partorì in una buia notte d’inverno; non si seppe mai chi fosse il padre, ma sicuramente era un uomo di nobil famiglia, sceso nelle lerce vie per trovare qualche piacere proibito. Il figlioletto che nacque aveva subito la stazza del pirata. Di carattere ribelle e assai scontroso fu subito abbandonato dalla madre, alla quale sembrò solo un peso per il suo lavoro… Lo raccolse poche ore dopo un uomo dai lineamenti marcati e dalla barba e i baffi folti e ondulati. Subito lo portò sulla sua nave, un peschereccio malandato, in cui il bambino crebbe per lunghi anni, imparando quanto possibile della pesca e delle cernie. Sempre e solo cernie per una decina d’anni… Quell’uomo non si rivelò mai a Frederich, ma si fece soltanto chiamare Seeräuber, pirata nella loro lingua. Il Seeräuber, però, oltre ad insegnargli a buttare la rete, gli rafforzò il carattere, insegnandogli disciplina e rispetto, anche se molto difficilmente. All’età di tredici anni, Van Stiller abbandonò quel peschereccio, stancatosi oramai di continuare l’operazione monotona e continua d’ogni giorno. Una notte, infatti, mentre il Seeräuber dormiva della grossa, il ragazzo sgattaiolò fuori dal cabinato, dirigendosi verso l’oscurità di quella cittadina in cui erano da poco approdati. I primi momenti furono traumatizzanti per Frederich, per la prima volta solo nel mondo, in quella notte piena d’ubriachi e di pervertiti per le vie. Ma poco a poco, col passare dei giorni ci fece la mano. Dormì nei posti più stentati possibili, finché non giunse un giorno in un porto molto affollato, ricolmo di gente ammassata nei pressi di un paio di galeoni tozzi e con le vele di un nero pece. Incuriosito, subito si avvicinò e chiese cosa fosse tutta quella gentaglia ammucchiata. L’unica risposta che ricevette fu: “Ragazzo, si parte!”. A quelle parole Stiller inarcò un sopracciglio, interrogandosi su cosa fosse stato meglio fare. “ma si, cosame ne frega! Si parte, no?” gridò in risposta alle urla di tutte quelle persone, mentre di corsa raggiungeva il ponte di quella nave, mischiandosi tra la folla. Salì dunque sull'imbarcazione, cari ascoltatori, e lì subito fu preso come mozzo a pulir il ponte. Tempo dopo sbarcò su una strana isola, stabilendosi lì fino ad oggi. Su un altro galeone s’imbarcò, la Sea Dancer, ma questa storia è ancora tutta da scriversi…
Spero d’aver allietato il vostro tempo narrandovi questa banale storia, ma si sa, quando c’è di mezzo il denaro si fa di tutto..
Inserito: 09 September 2005 a 11:46am | IP collegato
Infanzia
Sean Hawkins nacque 25 anni or sono nella cittadina portuale di Portsmouth, Inghilterra, ultimo di 5 fratelli, padre marinaio e madre venditrice di frutta al mercato. Cresce in una casa vicino al porto, con le consuete difficoltà che una famiglia numerosa può trovare in questi difficili anni. Con il padre sempre in giro per mari, la madre lavorava giorno e notte per sfamare i suoi 5 figli, così Sean e i suoi fratelli iniziarono a lavorare fin dalla tenera età. Primo impiego fu aiutare la madre al mercato, e forse in quei giorni egli cominciò ad amare gli affari e la soddisfazione a fine giornata di contar monete sonanti.
Ogni fratello cominciò a intraprendere strade diverse, che tuttavia non li conducevano oltre i confini di Portsmouth. Ma così non fu per Sean. La sua voglia di viaggiare crebbe, e ogni sera, dopo un estenuante giornata di lavoro, egli si recava al porto per veder le navi partire e l’affollarsi di gente, urla, bestemmie e risate. Era un richiamo irresistibile, e lo confidò una sera a tavola, in compagnia di sua madre e dei suoi fratelli. La notizia non venne ben colta, ma i litigi gli fecero cambiare idea, così all’età di dodici anni e tra le lacrime della madre e le sfuriate dei fratelli egli decise di imbarcarsi per Londra.
Londra
La capitale inglese ebbe su Sean un effetto devastante: ricchi e poveri si mischiavano per le strade, le carrozze sfrecciavano tra la folla di commercianti, meretrici, viaggiatori e semplici ubriaconi. Non ci volle molto per il giovane a trovar lavoro come garzone prima, quindi come fabbro; imparò a scrivere e a leggere, a usare la buona educazione, e qualche volta a difendersi dai malintenzionati. Ma la grande occasione gli capitò una sera mentre passava a farsi un goccetto in locanda. Un cartello era appeso al suo esterno, sul quale la scritta Compagnia delle Indie Orientali risaltava: cercavano marinai per imbarcarsi a Plymouth. L’amore per il mare ritornò come un onda gigantesca e non ci volle molto per presentarsi presso gli uffici e firmare il contratto.
Marinaio della Compagnia delle Indie e nuova partenza
Inizia così una lunga avventura che lo condurrà per mari a lui finora sconosciuti, dalle bonacce tropicali ai venti beffardi del Capo di Buona Speranza, dalle insidie della febbre gialla delle coste africane fino ai monsoni diretti in india, per poi giungere alle meravigliose città del Gran Moghul. Questi anni passati per mare contribuiranno a far crescere il fisico e a forgiare il carattere di Sean, facendolo divenire allegro, spensierato e rispettoso per le cariche più alte di lui.
Solamente a 24 anni egli ritornò in patria, e decise di ritornare a casa. Di certo si era preparato a tutto, anche a qualche tragedia, ma una visione appena varcato l’uscio di casa lo lasciò esterrefatto. Suo padre, quell’uomo gioioso e pieno di vita che ad ogni ritorno da qualche viaggio portava sempre regali con sé, ora non c’era più. Al suo posto, un vecchio, ormai stanco della vita, giaceva su una sedia con lo sguardo perso nel vuoto. I lunghi anni di fatica lo avevano logorato, così come le malattie prese per mare. Lo sguardo triste era rivolto alla finestra, dove si potevano vedere le barche ancorate. Una profonda commozione colpì Sean, e avvicinatosi alla figura paterna gli accarezzò la barba ispida; il padre non appena vide il figlio che aveva deciso di seguire le orme sue e del mare, allargò le labbra screpolate in un sorriso stupendo e con un filo di voce sussurrò delle parole che Sean non dimenticherà mai, e che ancora non intende rivelare a nessuno. Ormai le urla arrabbiate dei fratelli che lo accusavano di aver abbandonato i suoi cari non gli importavano più e le minacce di non mettere più piede in quella casa non fecero cadere Sean nella disperazione. Così, un po’ per volontà sua, un po’ per il volere dei fratelli, egli s’imbarcò nuovamente. Un bacio alla madre in lacrime, un sorriso verso il padre che dal molo salutava, e via, verso il mar dei Caraibi.
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